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Momento poetico «Chiedo scusa al caso se

6 settembre 2014

Momento poetico

«Chiedo scusa al caso se lo chiamo necessità.
Chiedo scusa alla necessità se tuttavia mi sbaglio.
Non si arrabbi la felicità se la prendo per mia.
Mi perdonino i morti se ardono appena nella mia memoria.
Chiedo scusa al tempo per tutto il mondo che mi sfugge a ogni istante.
Chiedo scusa al vecchio amore se do la precedenza al nuovo.
Perdonatemi, guerre lontane, se porto fiori a casa.
Perdonatemi, ferite aperte, se mi pungo un dito.
Chiedo scusa a chi grida dagli abissi per il disco col minuetto.
Chiedo scusa alla gente nelle stazioni se dormo alle cinque del mattino.
Perdonami, speranza braccata, se a volte rido.
Perdonatemi, deserti, se non corro con un cucchiaio d’acqua.
E tu, falcone, da anni lo stesso, nella stessa gabbia,
immobile con lo sguardo fisso sempre nello stesso punto,
assolvimi, anche se tu fossi un uccello impagliato.
Chiedo scusa all’albero abbattuto per le quattro gambe del tavolo.
Chiedo scusa alle grandi domande per le piccole risposte.
Verità, non prestarmi troppa attenzione.
Serietà, sii magnanima con me.
Sopporta, mistero dell’esistenza, se strappo fili dal tuo strascico.
Non accusarmi, anima, se ti possiedo di rado.
Chiedo scusa al tutto se non posso essere ovunque.
Chiedo scusa a tutti se non so essere ognuno e ognuna.
So che finché vivo niente mi giustifica,
perché io stessa mi sono d’ostacolo.
Non avermene, lingua, se prendo in prestito parole patetiche,
e poi fatico per farle sembrare leggere».

Sotto una piccola stella W.Z.

Ye Ye http://ow.ly/Bamyk

6 settembre 2014

Ye Ye http://ow.ly/Bamyk

Ingannare e ingannarsi

30 settembre 2011

La mia generazione è stata cresciuta nell’illusione del progresso. Non quello tecnologico, non solo quello almeno, ma progresso sociale: per esempio era scontato che tutti noi dovessimo laurearci, almeno provarci; ogni genitore sembrava guardare ai propri figli con la certezza che la loro vita sarebbe stata migliore, più semplice, più agiata; in quest’ottica, piano piano hanno costruito per noi un immaginario ingannevole e pericoloso, in cui le difficoltà avevano un ruolo di comparsa, erano sempre passeggere, sempre funzionali alla vittoria dell’eroe (che eravamo poi noi).

In questo immaginario non c’era posto per il fallimento, né per gli errori irrimediabili, né per il dolore. In qualche modo ci hanno insegnato a credere che le cose si sarebbero sistemate, da sole.

Poi cos’è successo?

È successo che la vita non è poi così interessata agli schemi in cui ci sforziamo di inquadrarla, procede per i fatti suoi e questo significa che – inevitabilmente – il nostro immaginario si è scontrato con la realtà. A un certo punto abbiamo scoperto che non eravamo eroi benedetti dagli eventi, che le cose non si sistemavano da sole e che le difficoltà non sono comparse, non sempre servono a fare più bello il finale. Nelle relazioni, per esempio, ci siamo ritrovati del tutto spiazzati: se le cose non andavano bisognava chiudere, perché evidentemente ‘non eravamo giusti l’uno per l’altra’, con grande dolore, con grandi sensi di colpa, con profonda solitudine e afflitti dalla sensazione di aver subito un’ingiustizia bisognava lasciarsi. Come sarebbe andata se, invece di quel quadro di progresso e semplicità, i nostri genitori ci avessero insegnato a lottare? Se ci avessero spiegato che i rapporti sono un impegno, che non vanno bene o male solo per volontà del destino, che per far funzionare un matrimonio devi rimanere al tuo posto e mettercela tutta, che la convivenza (con i partner, gli amici, i genitori) mette i rapporti alla prova perché non è semplice, se ci avessero spiegato che è naturale arrabbiarsi ogni tanto, forse perfino odiarsi occasionalmente, che fa parte di ogni relazione ma che non significa che quella relazione è nata sotto una cattiva stella; cosa sarebbe successo?

Forse non saremmo una generazione attonita davanti al mondo che va avanti senza di noi, davanti a una crisi che ci limitiamo a guardare da spettatori, nell’attesa che “qualcuno” faccia quello che va fatto.

Spesso ci chiediamo come affrontare tutto questo, e ci sentiamo inadeguati, e sentirci inadeguati ci fa sentire ancora più inadeguati rispetto ai nostri genitori, alle loro aspettative: solo perché noi non sappiamo – non ce lo hanno insegnato – che è naturale aver paura, è naturale sbagliare, che non dobbiamo permettere alle difficoltà di uccidere le nostre speranze, che non dobbiamo smettere di imparare dai nostri errori. I  miei genitori non sono perfetti e, anche se non ne abbiamo mai parlato, sono certa che a volte si siano sentiti anche loro spaesati e incapaci di essere genitori, ma io non lo sapevo, e oggi nel profondo di me stessa devo combattere questa idea che la mia paura di non essere all’altezza sia solo mia, che significhi che non devo essere madre. Le paure sono così, come l’immaginario, si costruiscono un giorno alla volta nella nostra mente e, un giorno alla volta, si smontano. Un giorno alla volta uccidiamo i rapporti, un giorno alla volta li nutriamo e li sosteniamo. E se sbagliamo, se cadiamo, se siamo meschini, quello era il passo di cui siamo stati capaci per quella volta. Ma dopo tutto, domani è un altro giorno.

Ma chi è l’artista? (parte I)

13 settembre 2011

Lascio qui un brano illuminante di Erich Fromm, tratto da ‘Fuga della libertà’. Lo metto a disposizione di chi, come un’amica un po’ di tempo fa – e come io stessa in alcuni periodi -, vive la frustrazione di avere un animo che si esprime attraverso l’arte senza che il mondo intorno gli attribuisca ‘spendibilità’. Perciò, sarebbe proprio bello che ci ricordassimo che l’arte e il successo (e anche qui ci sarebbe da capire cosa intendiamo) sono due campi diversi, l’uno non implica l’altro e viceversa. E sarebbe altrettanto bello scegliere di esprimere quello che ci fa sentire liberi, senza permettere ad altri di giudicarci infantili o inconcludenti.

Conosciamo individui che sono – o sono stati – spontanei, i cui pensieri, sentimenti e atti sono l’espressione di loro stessi e non di un automa. Questi individui ci sono familiari per lo più come artisti. Infatti l’artista può essere definito un individuo in grado di esprimersi spontaneamente, e proprio così lo definiva Balzac; in tal caso, anche certi filosofi e scienziati devono pure essere chiamati artisti, mentre altri che passano per essere artisti ne sono invece tanto lontani quanto un vecchio fotografo può esserlo da un pittore creativo. Ci sono poi altri individui i quali, pur non avendo la capacità – o forse semplicemente la preparazione – per esprimersi in un mezzo oggettivo come fa l’artista, possiedono la stessa spontaneità. Ma la posizione dell’artista è vulnerabile, poiché in realtà si rispetta l’individualità e la spontaneità del solo artista riuscito; se non riesce a vendere la sua arte, egli resta per i suoi contemporanei un eccentrico, un nevrotico, così come il rivoluzionario vittorioso viene poi considerato uno statista, mentre il rivoluzionario fallito non è altro che un criminale. I bambini offrono un altro esempio di spontaneità. Hanno la capacità di sentire e pensare ciò che è veramente loro; questa spontaneità si manifesta in quello che dicono e pensano, nei sentimenti che i loro visi esprimono. Se ci si chiede perché i bambini piacciono alla maggior parte delle persone, credo che la risposta, a prescindere dalle ragioni sentimentali e convenzionali, vada cercata proprio in questo carattere della spontaneità. Essa attira profondamente chiunque non sia talmente arido da aver perduto la capacità di percepirla. In realtà non c’è nulla di più accattivante e convincente della spontaneità, in chiunque la si trovi.

Salutare

2 agosto 2011

ovvero: rivolgere parole o fare un gesto per esprimere affetto o rispetto, quando si incontra o si lascia qualcuno;
ma anche: che dà salute; che giova alla salute.
L’origine è la stessa per entrambi, viene da quel gesto con cui l’antico romano augurava buona salute a coloro che incontrava o che lasciava.

Forse hai già fatto la valigia, forse la farai o forse quest’anno non se ne parla, ma in passato ne hai fatte di certo: qual è il tuo ‘stile di valigia’? piena zeppa di cose che poi non vengono usate? essenziale, tanto che poi ti manca sempre qualcosa?
Hai bisogno di portarti tutto dietro – e dentro – o puoi lasciare andare qualcosa?

Fai una prova: guarda tutto quello che hai messo, o metteresti in valigia, prova a separare ciò di cui hai davvero bisogno da ciò che invece è inessenziale. Ora concentrati su questo secondo gruppo e prova a chiederti quali di queste cose inessenziali ti rendono migliore la giornata e quali invece ti appesantiscono, quali hai preso pensando ‘e poi succedesse…’ ‘e se poi mi servisse…’ ‘ e se poi avessi bisogno…’

Ora che ce le hai davanti agli occhi, queste cose che forse, un giorno, chissà, potrebbero sempre servire, scegline due, soltanto due e lascia le altre fuori dalla tua valigia (e fuori dai tuoi pensieri).

Come mai ti invito a non portarle con te? Fa’ una prova, guarda cosa succede se scarti quello che non ti è essenziale e cerca di capire se stai meglio, di sicuro viaggi più leggero, ma potresti scoprire anche altro: potresti scoprire che anche se arrivasse un evento imprevisto potrai affrontarlo, che non c’è bisogno di calcolare tutti gli scenari possibili per essere all’altezza del viaggio e, soprattutto, per quanto tu possa aver previsto la vita ama sorprenderci.

Come mai ti invito a scegliere due cose inessenziali e a portarle con te?

Per umiltà: se pensiamo di poter cancellare tutte le nostre insicurezze, tutti quei piccoli (e grandi) limiti che fanno parte del nostro modo di essere non soltanto ci imbarchiamo in una fatica inutile, ma cominciamo a lottare contro noi stessi pensando di non essere come ‘dovremmo’ essere. Perciò scegli due limiti, due paure, due aspetti che ti appesantiscono e portali in vacanza con te, magari fa bene anche a loro distrarsi un po’.
Magari potresti scoprire che salutare (lasciar andare) un po’ di pesi è salutare (fa bene).

Sì viaggiare

22 luglio 2011

Qualcuno diceva che viaggiare è indossare occhi nuovi.
Significa che cominciamo a cambiare prospettiva sulle cose, anche su quelle piccole: in vacanza, per esempio, non è più così importante rispettare gli orari di sempre, siamo più disposti a cambiare abitudini, ad assaggiare cibi nuovi. Alcuni di noi, quando viaggiano, si sentono persone diverse, più libere dagli schemi in cui sono incastrate nel quotidiano.

Perciò, potresti provare a esercitare i tuoi occhi a diventare ‘nuovi’: usa l’immaginazione e progetta un viaggio.
Comincia dalle cose semplici: mare o montagna? o magari in campagna o su un fiume…
In compagnia o da solo? e se vuoi una compagnia: con chi vorresti andare?
Come pensi di spostarti? cosa metterai in valigia? quanti giorni starai fuori? Una volta raggiunta la meta cosa vedrai? Che cibi mangerai? Chi incontrerai? Insomma immagina il tuo viaggio nei dettagli, immergiti in esso, se vuoi prova a cercare foto del posto in cui vorresti andare, ad ascoltare la musica tipica a immaginare il sapore del cibo e i profumi della cucina.

E ora, dopo esserti goduto il tuo viaggio,  dopo aver assaporato la libertà di essere altrove, cerca di ‘ascoltare’ i tuoi occhi nuovi: cosa ti insegnano sul posto in cui vivi? È più bello se lo guardi dalla prospettiva del viaggiatore? Quali delle cose a cui ti aggrappi ogni giorno lasceresti invece andare se fossi qui in vacanza?

Cambiare prospettiva è un principio base del counseling: non significa che la tua è sbagliata, significa che puoi arricchirla, renderla più dinamica. Può darsi che nel tuo quotidiano ci siano abitudini che lasceresti andare volentieri, se solo ti rendessi conto che ti fanno sentire meno libero, se solo ti accorgessi quanto ti è facile abbandonarle quando le guardi con occhi nuovi.
Potresti anche scoprire che, non importa a quale latitudine tu appartenga, certe cose sono bellissime anche nella vita di tutti giorni o forse, lo sono proprio perché puoi assaporarle sempre.

Agosto è alle porte. Che tu sia in partenza oppure no prova a viaggiare con l’immaginazione, prova a far rinascere il tuo sguardo.

Ascoltare

2 luglio 2011

fcciamoci una chiacchiera

‘Parlane, ti farà bene. Hai bisogno di sfogarti’

‘Mmmmm, non so. Forse hai ragione, forse ho solo bisogno di dirlo ad alta voce. Sai è un periodo duro, difficile, un periodo in cui mi faccio molte domande’

‘Sì, so perfettamente come ti senti’

‘Ma io veramente…’

‘Però anche tu, dai, potevi capirlo subito come sarebbero andate le cose’

‘Beh, però…’

‘In fondo avevi tutti gli elementi. Adesso guarda, se c’è una cosa necessaria è trovare il modo di superare tutto questo. Lasciarselo alle spalle, smettere di esaminare la questione da ogni punto di vista e pensare finalmente ad altro bla bla bla bla bla’ 

Più tempo passa, più mi convinco che abbiamo tutti davvero bisogno di incontrare e di diventare persone capaci di ascoltare.
Sia che ci piaccia parlare e sfogarci sia che preferiamo tenerci tutto dentro, trovare qualcuno disposto ad ascoltare, senza avere pronta nel taschino la (presunta) soluzione alle nostre difficoltà, è un sollievo, un sollievo raro.
Questo è il primo requisito richiesto a un counselor: essere capace di stare in silenzio, concentrarsi sull’altro e non partire mai dal presupposto di avere soluzioni e consigli da elargire.

Allora uno potrebbe dire: ma che ci vado a fare dal counselor se non ha soluzioni e consigli per me? Questa è un’ottima domanda, una di quelle per cui vale la pena provare a dare una buona risposta.
C’è un solo esperto dei tuoi problemi: sei tu.
Solo che a volte non lo sai, oppure non sai dove hai nascosto le risposte che ti servono. Allora il counselor ti ascolta, si mette nei tuoi panni e poi torna nei suoi, per offrirti un’altra prospettiva. Magari fa qualche domanda, per capire e aiutarti a capirti, ma risposte non ne dà; perché se te le dà, ti toglie la possibilità di cercare le tue.

Un counselor fa così: si mette nei tuoi panni ma non ti toglie il posto.